Horror 2000: Frailty

Regia – Bill Paxton (2001)

Con questo film ho un rapporto molto conflittuale: è la prima (e migliore) regia di Bill Paxton, un attore a cui ho voluto un mare di bene e, a parte il legame affettivo, credo sia un grandissimo film, almeno fino agli ultimi quindici minuti o giù di lì, quando viene inserito un colpo di scena che ribalta la prospettiva e che ho sempre ritenuto abbastanza inutile e pretestuoso, perché va benissimo la prospettiva ribaltata, ma rinnegare, concettualmente e ideologicamente, tutto il discorso interessantissimo sul fanatismo religioso e sull’abuso portato avanti fino a quel momento, è una coltellata nella schiena, non è un colpo di scena. Sono anche convinta che sia tutto un problema di sceneggiatura e non di messa in scena, che è chiarissima per tutto il film e anche schierata, e so anche a cosa attribuire la colpa. Nel 1999 esce Il Sesto Senso e tutto l’horror psicologico/soprannaturale per parecchi anni a partire da lì, fa del twist finale il suo marchio di fabbrica.

Un uomo misterioso si presenta in piena notte alla stazione di polizia chiedendo di voler parlare con l’investigatore a capo del caso noto come il killer della mano di Dio. L’uomo (interpretato da Matthew McConaughey) dice di chiamarsi Fenton Meiks e di sapere chi è l’assassino: suo fratello Adam, plagiato durante l’infanzia dal loro padre (Bill Paxton), convinto di essere stato investito da una missione da Dio in persona, sterminare i demoni che vagano sulla terra sotto mentite spoglie umane. Fenton comincia a raccontare al detective (Powers Boothe) di quando lui e Adam erano piccoli, quello a cui sono stati costretti ad assistere e ciò che il padre li ha obbligati a fare nel suo delirio mistico.
La storia del film emana delle spiccate vibrazioni kinghiane: padri terribili e infanzie difficili nell’America di provincia. Qui siamo in Texas e non nel Maine, ma la sostanza non cambia. La figura paterna che da amorevole si trasforma in mostruosa è una costante della narrativa di Stephen King, insieme alla predilezione per raccontare passaggi all’età adulta particolarmente traumatici.

In Frailty, di traumi ce ne sono quanti ne volete e anche qualcuno da tenere di riserva casomai se ne sentisse la mancanza. Anzi, possiamo dire che, tutta la parte dei flashback, che è poi quella più corposa e interessante del film, è la narrazione di un trauma inflitto ai suoi due figli da un padre che elabora il lutto nella maniera più tossica possibile. Pare quasi quel meme: gli uomini preferiscono immaginarsi gli angeli e ammazzare ad accettate la gente piuttosto che andare in terapia. 
Ma soprattutto, Frailty descrive minuziosamente le dinamiche dell’abuso, il senso di colpa, l’angoscia che deriva dal non essere creduti, la sensazione di aver sempre torto, di essere la causa delle violenze subite. È tutto così ben narrato, sotto la struttura da horror pseudo-demoniaco, da essere doloroso: lo sceriffo della cittadina che si rifiuta a priori di dare retta a Fenton e, invece di ascoltarlo, lo riporta nella tana del lupo; il padre che ripete i grandi classici come “sei tu che mi fai fare questo, io non vorrei mai farlo”, e poi chiude il bambino in cantina per settimane al buio; il fratello più piccolo che, al contrario del maggiore, abbraccia la distorsione della realtà operata dal padre pur di compiacerlo. 

Paxton, da regista, non adotta il punto di vista del suo personaggio, ma quello di Fenton, e non soltanto perché è (in linea teorica) lui che sta raccontando; si tratta proprio di una scelta di prospettiva, quella di girare tutto a misura non di adulto ma di bambino, di posizionare sempre la macchina da presa a una certa altezza, così da mostrare il mondo dal basso. Vediamo quello che vede Fenton, sentiamo quello che sente Fenton, la sua angoscia è la nostra, la sua impotenza è la nostra. Il fatto di essere troppo piccoli di fronte a eventi così grandi è reso con una forza prorompete e con una chiarissima idea di cinema di stampo classico; Paxton tiene sempre la macchina da presa ferma, usa lunghe inquadrature in cui far esprimere al meglio i giovani attori e in cui lui stesso si trova a suo agio a recitare, taglia poco, sta molto sulle facce. Da esordiente, non commette l’errore di strafare, ma è attento soprattutto al racconto, e i risultati sono efficacissimi. 

Però, arrivati a questo punto, ci si deve chiedere cosa sia esattamente Frailty. Trattandosi di un film che compie vent’anni tra qualche mese (produzione 2001, distribuzione 2002), non credo ci sia bisogno di una grossa allerta spoiler, ma se non lo avete ancora visto, vi conviene fermarvi qui. 
Quando prima parlavo del colpo di scena finale pretestuoso, non mi riferivo al fatto che a raccontare il passato non sia Felton ma Adam: quello ci può stare, è un twist abbastanza strumentale, e non poi tanto coerente con le scelte stilistiche operate da Paxton e discusse qui sopra, però non è detto che non funzioni, anzi. L’idea che Adam, il fratello più giovane, quello che, di fronte all’orrore in cui si trasforma la sua vita quotidiana, decide di accogliere l’aberrante fanatismo religioso del padre invece di rifiutarlo come Fenton, una volta cresciuto si metta a percorrere la stessa strada dl genitore, rafforza l’interpretazione di Frailty come racconto di un abuso, di un trauma che ha strascichi profondi nella vita dei due bambini. Il problema è che il ribaltamento di prospettiva nel finale del film è doppio. 

Frailty si è tenuto in equilibrio per un’ora e mezza tra horror psicologico e horror soprannaturale, dove tuttavia il soprannaturale esisteva solo nella percezione distorta del padre. Insomma, dai, qualcuno ha mai creduto che esistessero davvero i demoni e che lui eseguisse gli ordini di Dio per eliminarli dalla faccia della terra?
Purtroppo ci credeva lo sceneggiatore, e nel giro di un quarto d’ora tutta quella magnifica ambiguità così ben gestita fino a quel momento, crolla all’improvviso a uso finale con sorpresa. Certo che i demoni esistono, certo che il padre aveva ragione, certo che la sua missione era reale. Senza più dubbi, senza più domande. È a questo punto che il mio rapporto con questo film bellissimo diventa complicato, sia da un punto di vista ideologico, che può essere opinabile, sia da un punto di vista strutturale, che lo è molto meno, perché non si tratta soltanto della ricerca del colpo di scena fine a se stesso, si tratta proprio di pervertire il senso intero di un film fino a quel momento molto solido e coerente. Per tacere della giustificazione dell’abuso di due bambini da parte del padre per un fine superiore. 
Per concludere, Frailty continua a essere un film bellissimo, io continuo a voler un bene dell’anima a Paxton e a star male ogni volta che penso a quanto presto ci è stato portato via. Eppure c’è un pizzico di rimpianto al pensiero di trovarsi di fronte al classico capolavoro mancato per un soffio e immolato sull’altare dell’effetto sorpresa.

3 commenti

  1. Finalmente leggo la tua opinione sul film che avevo proposto nella sezione commenti,mi limito ad un grosso GRAZIE,anche perche’ in alternativa piu’ che un commento mi ritroverei a scrivere un secondo articolo allegato al tuo e non vorrei rompere la scatole! THANKS!!!!!😺

  2. Davide Locatelli · · Rispondi

    Lo vidi al cinema. Anche io volevo bene a Paxton per tanti piccoli film per vari capolavori. Ai miei occhi lui era un protagonista. Anche secondo me crolla tutto con il finale :I demoni esistono e allora è giustificato torturare dei bambini fargli vedere l’inferno? Quindi il bambino che si rifiuta cosa diventa alla luce del finale. Peccato. Ma lo amo comunque.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Capolavoro mancato per un soffio o capolavoro nonostante tutto (con “tutto” intendo il problematico colpo di scena a concludere un film che, fuor di ogni discussione, fino a quel momento funzionava perfettamente)? E’ un bel dilemma che non ho ancora risolto in modo definitivo, pure dopo tutti questi anni… Di certo, come prima prova registica del non abbastanza compianto Paxton, rimane un lavoro memorabile (Bill, ci manchi 😦 ).

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