The Reckoning

Regia – Neil Marshall (2020)

Adesso però voi me lo dovete dire, giuro che non mi arrabbio: cosa mai vi ha fatto Neil Marshall? Vi ha insultato la mamma, preso a calci il cane, tirato la coda al gatto? Perché lo odiate così tanto? Io capisco tutto, per carità, i film si sbagliano e lui Hellboy lo ha sbagliato, anche se solo in parte e non del tutto per colpa sua. Ma da qui ad accanirsi con ferocia anche sui progetti successivi a Hellboy (che resta comunque un film divertentissimo e siete voi a non averlo capito) ce ne passa.
Io ero terrorizzata dall’idea di vedere questo The Reckoning, perché ne avevo letto così male e così dappertutto che il mio cuore da innamorata non sarebbe stato capace di reggere a un ulteriore passo falso nella carriera di Marshall. Poi mi sono fatta coraggio e, in una triste domenica di fine marzo, armata delle peggiori intenzioni e piena di pregiudizi, l’ho visto e, una volta terminate le quasi due ore di durata, la domanda che mi ronzava in testa era quella dell’inizio del post: ma che diavolo mai vi ha fatto Neil Marshall?

The Reckoning parte un po’ zoppo sin dalla sua presentazione al Fantasia dello scorso anno, perché subito circondato da una nuvola di gossip di bassa lega che ha, di fatto, reso impossibile discutere del film in maniera pulita; oltre al gossip, ci sono anche le accuse rivolte al regista di aver realizzato una specie di vanity project per la sua compagna, protagonista, co-sceneggiatrice e produttrice del film Charlotte Kirk, e su questa cosa ci torneremo, perché non è del tutto infondata e costituisce il difetto più macroscopico di un film che, al netto di voci, dicerie e malignità assortite, è un affettuoso e sentito omaggio alla Hammer e al folk horror britannico di fine anni ’60, con un occhio di riguardo per Il Grande Inquisitore.

Ambientato da qualche parte in Inghilterra durante la peste del XVII secolo, racconta di una donna accusata ingiustamente di stregoneria e della guerra di nervi che si instaura tra lei e l’inquisitore incaricato di torturarla e farla confessare. Lei non cede di un millimetro, lui (Sean Pertwee) si accanisce con sadismo crescente, provandole tutte pur di farle ammettere di essere una strega; intorno, c’è una fauna variegata composta da donne sfigurate dal fuoco, signorotti locali da crocifiggere immediatamente, villici voltagabbana e via così.
È un film pieno di cliché, e su questo non ho nulla da dire: The Reckoning è prevedibile e sappiamo già dove andremo a parare dalle prime inquadrature. Non è tanto un film sulla caccia alle streghe, non ha pretese di veridicità storica; è un revenge movie brutale e violento, dove il cattivo è un mostro schifoso e la protagonista un angelo che non ha un capello fuori posto neppure dopo essere stata sottoposta alle peggiori sevizie.

È anche girato in un stile piuttosto inusuale per il Marshall che conosciamo: è pulito, quasi patinato, abbonda di totali e di inquadrature molto lunghe. Di solito, Marshall gira ruvido e sporco, il suo interesse si rivolge più all’energia sprigionata dalle immagini che alla loro resa estetica. In questo caso tuttavia, lo vediamo alle prese, credo per la prima volta in carriera, con un una serie di quadri statici, mentre l’azione si fa strada soltanto nell’ultimo atto. Anche in questo, mi pare, è chiara la natura di “falso Hammer” di The Reckoning: ha un’impostazione desueta e antiquata, non, come ho letto da qualche parte in giro, da soap opera, ma da vecchio film della scuola gotica inglese. Che ad adottarlo sia un regista in passato iconoclasta come Marshall può lasciare interdetti, ma bisogna anche ricordare che il nostro eroe è stato “addomesticato” da tanti anni al servizio del piccolo schermo. E infatti, non è tanto a GoT che, secondo me, bisogna guardare come ispirazione per The Reckonig, ma a Black Sails.

Questo non significa che io non sia in grado di rendermi conto dei difetti di cui il film pullula, per carità: è ridondante, è così melodrammatico da risultare, in alcuni momenti, stucchevole; ha questa protagonista che davvero passa attraverso un tritacarne e ne esce con il trucco applicato senza una sbavatura sulla sua pelle perfetta e l’acconciatura come se fosse appena uscita dal parrucchiere; dà una sensazione di artefatto e posticcio, perché pur con tutta la pulizia visiva di cui abbiamo parlato in precedenza, è comunque un film a basso costo, e si vede.
Ma allora perché ti è piaciuto?
Non mi ha fatto impazzire, non penso sia un film particolarmente riuscito, a non credo nemmeno sia un obbrobrio contro cui accanirsi con la ferocia che molte recensioni gli hanno riservato.

Prima di tutto, gli riconosco una qualità viscerale e passionale: The Reckoning è un film spudorato e completamente privo di vergogna, nel senso che non si trattiene mai e punta sempre all’eccesso. Ed è un’anomalia così grande nell’horror mumbelgore di oggi, che alla fine si fa quasi voler bene. Ci sono i cattivi sfregiati nel corpo e nell’anima, c’è un demone cornuto che appare nella cella della protagonista, suggerendo in maniera neanche troppo velata che ci sia lo zampino del diavolo dietro alla sua capacità di resistere alle torture subite, che di conseguenza, Satanasso sia dalla parte dei buoni e degli innocenti. Ci sono un paio di morti ad alto tasso di splatter, soprattutto una che coinvolge le ruote di un carretto ed è fonte di enorme soddisfazione per tutti gli astanti. Nella sua semplicità schematica, nel suo dividere tutto in bianco e nero, nel suo non accettare l’esistenza di sfumature, zone grigie o ambiguità, funziona come spettacolo di puro intrattenimento e, in effetti, ti tiene incollato allo schermo per quasi due ore senza annoiare.
È un filmaccio di basso livello e di bassa lega, e forse non era proprio nelle intenzioni di Marshall che uscisse fuori così, ma il risultato è questo ed è, a suo modo, efficace come un’abbuffata in una bettola.

Se da Marshall mi aspetto di più? Io non lo so, allo stato attuale della sua carriera, cosa aspettarmi da Marshall, devo essere onesta e sincera. Non so neanche se, dopo questo ennesimo flop, abbia ancora una carriera degna di chiamarsi tale. Doveva dirigere un vero monster movie, e quindi tornare in territori a lui familiari, ma dopo un annuncio a Bloody Disgusting di qualche mese fa, non se ne è più saputo nulla e la sua pagina di IMdB langue nel silenzio. Per quanto mi riguarda, allo stesso modo di altre ex promesse di qualche anno fa (Christopher Smith, Ti West, Lucky McKee), è già tanto che riesca a tornare dietro la macchina da presa.
Quindi sì, anche un mezzo passo falso come The Reckoning costituisce una vittoria. O forse ho iniziato a guardarlo con aspettative così sotto terra, che mi è parso migliore di quello che in effetti è. In ogni caso, non lo snobbate per principio e cercate di farvi un’idea vostra su questo film. Male che vada mi beccherò i vostri insulti. Non sarebbe la prima volta.

11 commenti

  1. Blissard · · Rispondi

    Io l’ho visto tempo fa, quando ancora praticamente c’era solo qualche recensione sporadica in giro. Ora che lo fai notare, ne parlano effettivamente tutti o male o malissimo, cosa che lascia un po’ basito anche me.
    Su Rym vedo che le mie due stelle su 5 (che lo relegano nella categoria “watchable”) sono il voto più alto ricevuto…
    Cmq d’accordo con te su praticamente tutto. Scrissi infatti:
    “Diretto e senza fronzoli, The Reckoning procede spedito battendo i medesimi territori di pellicole come Il Grande Inquisitore e I Diavoli.
    Marshall conferma di non essere un regista dotato di grande sottigliezza, va dritto al sodo condannando non solo la “caccia alle streghe” ma anche la cultura (in particolare religiosa) patriarcale che l’ha generata, inscrivendo la sua eroina nel novero delle “guerriere #metoo” che affollano gli schermi negli ultimi anni.
    Purtroppo la resa figurativa del periodo storico è un po’ generica e poco immersiva, ed è imperdonabile che il regista non solo distolga lo sguardo pavidamente durante le scene di tortura, ma oltretutto dagli effetti fisici che causa nella povera Grace (mentre, per fortuna, ha un modo brillante per farci partecipi degli effetti che genera nella sua psiche).
    Se a questo aggiungiamo una protagonista che davvero ce la mette tutta ma ha un volto da spot Lancôme che cozza con le sfighe e le sofferenze che è costretta a patire, e che per di più possiede tratti superomistici che nemmeno ChuckNorris-Schwarzenegger-BruceWillis (sopporta le torture stoicamente per poi massacrare a destra e a manca, elaborando un piano di fuga degno di Arsenio Lupin), è veramente impossibile non considerare l’ultima fatica di Marshall un po’ deludente, seppur non priva di aspetti positivi e gradevole da seguire.”

    1. Ci si sono accaniti. Sai come succede, ogni tanto pubblico o critica scelgono un bersaglio, e di solito un bersaglio molto facile e povero come questo, e ci si scagliano contro come se gli avesse investito la nonna.
      Io con Marshall tendo a essere indulgente, lo sai, però non sono completamente impazzita: ho guardato il film e mi sono domandata il perché di tutto questo odio. Se vai su Letterbox è una specie di tiro al piccione!

      1. Blissard · · Rispondi

        Sì, è vero.
        A molti non sarà sembrato vero potere sfottere un regista “reo” di avere dato il ruolo principale alla sua fidanzata, ma è l’intensità di queste critiche che lascia basiti.

        1. Che poi resta una scelta di casting non proprio felicissima, ma non perché è la sua fidanzata.

  2. Luca Bardovagni · · Rispondi

    Cos? Chi? Hellboy andava più che bene. Ma che sottigliezza si vuole da Marshall? Se mangio la piada ripiena dalla ” Vunta ” (nel mio dialetto: la Unta, storica piadineria) mica rompo i coglioni perchè dentro non c’era il sushi.
    Uuuuhhhh, ha messo la sua fidanzata come protagonista uuuhhhh.
    Scandalo.
    Magari il tipo di critica da gente che ha acclamato “la sindrome di Stendhal” come recitazione, eh.
    Guardo, lo bypassavo, perchè più che altro lo trovavo prevedibile, ‘sto Reckoning (mi pare di aver capito che LO SIA). Ora lo guardo per RIPICCA.

    1. Come se poi fosse il primo regista a costituire un team creativo con la propria compagna. Qualcuno ha detto Flanagan?
      Io davvero boh.

      1. Luca Bardovagni · · Rispondi

        Ma ci scommetto il fegato che il 90 per cento di quelli che scrivono roba tipo questa (trovata a caso):
        “La sceneggiatura incredibilmente scadente e pigra (scritta a quattro mani da Neil Marshall con la fidanzata, proprio Charlotte Kirk, e ciò potrebbe spiegare molte cose a essere malevoli …)”
        Sono gente che scrive che Sheri Moon è LA MUSA DEL GENIO EH.
        Siamo ai mandanti morali dello stupro di Franca Rame, eh.
        La fidanzata non sa scrivere sceneggiature PERCHE’ FIDANZATA. Poi che sia attrice e sceneggiatrice discutibile mi sta bene. Ma lo è IN QUANTO FIDANZATA. Hai capito la sottigliezza? Il progressismo? Le sorti magnifiche e progressive? La Chic Radicaiità? Ma ****bestemmia ****bestemmia ****bestemmiia. Basta. Mi arruolo tra le file del nazifemminismo Maoista.

  3. Davide Locatelli · · Rispondi

    Io a Marshall gli voglio troppo bene. Hellboy mi è piaciuto e ne avrei voluto subito un altro ma purtroppo non decido io. Questo boh non lho visto ne ho letto male ovunque ma non è questo a frenarmi quanto la tematica che non ho voglia di vedere. Spero sempre in un Dog Soldier di nuovo girato con 4 spicci ma tanto amore.

    1. E, a quanto pare, stava per dedicarsi proprio a una roba sullo stile di Dog Soldiers. Però ora tutto tace.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Hellboy? Penso che, alla fine, Marshall abbia pagato principalmente la “colpa” di trovarsi in una posizione scomoda: quella di trovarsi a dire la sua su di un personaggio già codificato, nell’immaginario cinematografico collettivo, secondo la visione data dai due titoli di Guillermo del Toro (e aggiungiamoci pure la delusione per il suo terzo sequel mai realizzato) In questo senso, a molti forse il film sarà sembrato già “sbagliato” fin dall’inizio, a prescindere da tutto l’impegno messoci dal povero Neil. Al quale, francamente e pretestuosamente (Charlotte Kirk protagonista in The Reckoning? Sì. E allora?), mi sembra proprio non se ne lasci più passare nemmeno una, con un atteggiamento che va ben al di là di una normale critica ai difetti riscontrabili in questo suo ultimo lavoro in stile Hammer (e non solo)… 😦

    1. Io credo che se Marshall non fosse andato a toccare un’icona, per quanto meno di massa rispetto agli eroi della Marvel, della cosiddetta cultura nerd, nessuno gli avrebbe rotto le scatole.

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