Pillole dalla Zona Rossa

Non so se sta capitando pure a voi, ma io trovo sempre più difficile prestare attenzione ai film che vedo. All’inizio non ne capivo il motivo, poi ci sono arrivata: sono semplicemente stufa della fruizione casalinga del cinema. Sto cominciando a mal sopportare lo streaming e, devo ammetterlo, un paio di volte ho sognato di andare in sala. Tra pochi giorni uscirà negli Stati Uniti Gozdilla vs. Kong e questo sarà uno dei pochissimi blog su cui non ne vedrete traccia, anche se, lo sappiamo tutti, il film sarà recuperabile in un batter d’occhio non appena disponibile su HBO Max. Ma io non voglio vederlo così, non voglio vederlo in casa; voglio sedermi al cinema con uno schermo gigante e il buio totale. Poi ci sono i piccoli horror a basso budget e per quelli il discorso è molto diverso. Sono l’unica cosa che ancora non mi ha stancata. Approfittando quindi dei lunghi e tediosi fine settimana chiusa in casa, ho fatto scorta dei miei soliti filmacci e ora ve li infliggo nel consueto post cumulativo. Al solito, si va in crescendo, da quello che mi ha convinta meno al mio preferito del mucchio. Buon divertimento.

Stay out of the F**king Attic fa parte dell’abbuffata marzolina di Shudder, che sta cominciando a produrre a nastro contenuti originali per la gioia di grandi e piccini. Come dice la mia amica Erica, ormai siamo diventate tutte bimbe di Shudder, e non smetteremo mai di chiedere un suo arrivo anche in Italia il prima possibile.
In questo caso specifico, trattasi di filmetto di serie B della durata inferiore a un’ora e mezza pieno zeppo di orridi (nel senso buono) effetti speciali fatti dal vero. Racconta di una ditta di traslocatori messa in piedi da un ex detenuto, e che dà lavoro ad altri ex detenuti, impegnata a sgomberare la casa di un vecchiaccio dall’accento tedesco. Sappiamo tutti come vanno a finire queste cose, e tutti sappiamo che i vecchiacci dall’accento tedesco nascondono cose turpi in soffitta. Stay out of the F**king Attic è dozzinale nelle premesse e nell’esecuzione, è pura exploitation priva di coscienza e buongusto, ma è anche molto divertente, se non avete pretese troppo elevate, e si salva perché i tre personaggi principali hanno dalla loro una gran simpatia umana. Mi ha persino sorpresa, perché ero certa che sarebbe andato in una certa direzione, mentre invece, alla fine, è un film che, in maniera confusa e inelegante, cerca di dirti che nella vita si può cambiare, non si è stronzi per nascita o lignaggio, ma tutto dipende dalle scelte che facciamo. Niente di memorabile, ma per scaldare i motori va più che bene. È un esordio, come spesso accade per i film presenti in questa rubrica, ed è girato con pochissimi soldi, quindi gli si perdonano un sacco di mancanze.

Barbara Crampton, la musa di Stuart Gordon, sta avendo da qualche anno a questa parte una seconda carriera molto prolifica. Si presta ad apparire in decine di horror indipendenti ed è diventata la madrina della community di appassionati su internet: sempre presente, sempre disponibile e gentile, è davvero una signora di alta classe. Spesso nobilita i film a cui partecipa, spesso è l’unico elemento valido o salvabile, il più delle volte si “limita” a essere il loro lato migliore, anche se la si vede sullo schermo per pochi minuti. Stiamo tutti aspettando di vederla protagonista assoluta dell’imminente Jakob’s Wife, presentato all’ultimo SXSW, in cui recita a fianco di Larry Fessenden, ma intanto la possiamo ammirare in Sacrifice. Anche qui, Crampton è magnifica, il resto del film un pochino meno, ma per chi si trova in crisi d’astinenza da adattamenti lovecraftiani, può essere un ottimo palliativo. Sacrifice è basato su un racconto breve di Paul Kane, ma è specificato nei titoli di testa che un’altra fonte di ispirazione sono le storie di Lovecraft.
Una giovane coppia statunitense (lei è incinta) arriva su un’isoletta norvegese per ereditare la casa di famiglia di lui. Gli abitanti sono all’inizio ostili e diffidenti, ma quando sentono il cognome norvegese del nostro protagonista, cambiano subito atteggiamento e diventano fin troppo amichevoli. La piccola comunità dell’isola pare sia devota a una divinità abissale nota come The Slumbering One. Crampton è, allo stesso tempo, l’ufficiale di polizia locale e la sacerdotessa del culto. Ci sarà da divertirsi.
Anche qui il budget è quello che è, quindi il nostro dio dormiglione non lo vediamo in tutto il suo splendore, anzi: il massimo che ci è concesso è intravedere un tentacolino ogni tanto. Eppure il film riesce a costruire un’atmosfera sinistra e fa un ottimo uso dell’elemento acquatico, non tanto e non solo per quanto riguarda il mare che circonda la località dove la vicenda si svolge, ma sopratutto per come riesce a rendere minacciosi oggetti apparentemente innocui come un bicchiere d’acqua, una tazza di tè, un bollitore per le uova e così via. Si trascina con un po’ troppa lentezza nella parte centrale, ma si riscatta sul finale. E Barbara Crampton, da sola, vale la visione.

Se redivivi criminali nazisti e Grandi Antichi non dovessero bastarvi, che ne dite di un bel frugoletto demoniaco? Son, secondo horror di Ivan Kavanagh, già regista dell’ottimo The Canal nel 2014, è la storia di una giovane donna che riesce a scappare da dei non specificati aguzzini. Laura (Andi Matichak) è incinta e partorisce la stessa notte della sua fuga. La ritroviamo anni dopo, con un figlio di otto anni, David: si è ricostruita una vita normale e sembra essersi lasciata alle spalle un passato difficile. Almeno fino a quando delle persone non si introducono dentro casa sua e fanno qualcosa a David, che comincia a stare male: vomita sangue, gli si formano delle abrasioni dolorose sulla pelle, i dottori non riescono a capire che cos’abbia. Ma pare che ci sia una sola cosa in grado di farlo stare momentaneamente meglio: la carne umana.
Qui il budget è un po’ più consistente rispetto ai primi due film di oggi, e si vede, anche soltanto dagli ettolitri di sangue impiegati nella realizzazione di gran parte delle scene. Fosse uscito negli anni ’80, in pieno satanic panic, credo che Son avrebbe fatto faville; è un film paranoico e truculento, in cui le azioni più riprovevoli sono compiute da un bambino con la complicità della mamma. Matichak, ve la ricorderete per l’ultimo Halloween, è bravissima e il ragazzino che le fa da spalla non è da meno. Non so, io lo avrei chiuso un paio di minuti prima, lasciando tutto molto più ambiguo di quanto in effetti sia, ma solo perché a me le cose troppo chiare piacciono fino a un certo punto. È comunque da vedere, a mio avviso, soprattutto per chi non è mai sazio di pargoli con tendenze omicide.

Cambiamo decisamente genere e scendiamo sempre più in basso per quanto riguarda i costi di produzione. Non so se lo si possa definire a ragion veduta un horror, ma sarebbe delirante perdersi questo gioiellino a zero budget, girato tutto in un appartamento, in bianco e nero, e con quattro attori quando la scena è particolarmente affollata. A Ghost Waits, scritto e diretto dall’esordiente Adam Stovall, potrebbe essere etichettato come una commedia romantica, ma pure questa categoria, a dire la verità, gli sta stretta; è una riuscita miscela di gotico, commedia e romance, con un anima malinconica, che potreste detestare o adorare a seconda della vostra sensibilità.
Il lavoro di Jake consiste nel fare dei piccoli lavoretti di manutenzione e pulizia nelle case sfitte da poco, così da prepararle per gli inquilini successivi; il lavoro di Muriel è infestare la casa dove sta lavorando Jake e cacciare da lì chiunque vi metta piede nel minor tempo possibile. Il problema è che Jake è talmente apatico da non avere paura e quindi l’infestazione fallisce, ma in compenso i due si innamorano.
A Ghost Waits è un film che si libra con leggerezza sui cliché e riesce a evitarli uno dietro l’altro, è una meditazione sulla solitudine, sul nostro scopo nella vita e anche nella morte, condotta senza un briciolo di pretenziosità. Io l’ho già visto due volte e, se non ci scrivo sopra una recensione completa, è soltanto perché finirei per scriverla in lacrime, e in questo momento non ho la forza di soffermarmi troppo su certi aspetti dell’esistenza. Ma se volete un parere più completo, professionale e approfondito, potete leggere quello di Kim Newman.

Come avrete capito, il miglior film non chiude, contraddicendo al solito le mie stesse parole, il post di oggi, ma soltanto perché mi sono ritrovata per le mani un altro film molto interessante all’ultimo momento, e l’ho aggiunto in coda. Torniamo quindi a rifugiarci tra le accoglienti braccia di Shudder e parliamo di jeans posseduti.
Slaxx, per la regia di Elza Kephart, è ambientato nel negozio di una grande catena di abbigliamento a prezzi bassi, come ce ne sono tantissime anche qui da noi. La CCC (che sta per Canada Cotton Commercial), oltre a vendere vestiti alla portata di tutti, si fa anche un grande vanto di produrre tutti i suoi capi in maniera sostenibile, ecologica e senza sfruttamento dei lavoratori.
Una sera, tutto il personale del negozio è chiuso dentro per preparare la nuova collezione. Chiuso nel senso che non possono uscire, a meno che il direttore non apra le saracinesche. Chiuso nel senso che ci sono gli allarmi. Il tutto per non far trapelare prima del tempo i nuovi jeans della CCC, che si adattano al corpo di chiunque senza bisogno di taglie. Peccato che indossarli o anche soltanto avvicinarsi a essi, comporti degli effetti collaterali tra cui la morte.
Slaxx è evidentemente una satira del consumismo sfrenato e del capitalismo, ma soprattutto di quelle corporazioni che si appropriano delle politiche progressiste e le usano a loro piacimento, svuotandole di significato e continuando, sottobanco, a comportarsi nel totale disprezzo di ogni regola.
La satira è portata avanti con mano pesantissima, ma non credo che Slaxx voglia essere preso sul serio più di tanto: si limita a intrattenere con questa sua premessa folle e a non tirarsi mai indietro quando si tratta di splatter. Il jeans assassino è molto creativo nell’uccidere, ed è pure simpatico. Anzi, oserei dire che è il personaggio più simpatico del film. Per una serata disimpegnata, ma comunque non sciocca, Slaxx è l’ideale. E pensare che non gli avrei dato una lira.

11 commenti

  1. Non sai quanto ti capisco. Anch’io inizio a stancarmi di vedere i film in streaming o comunque solo in home video. Ho bisogno della sala. E io spero veramente che riaprano. Almeno per Godzilla e Kong.
    Per il resto hai consigliato dei titoli davvero molto interessanti che ho già segnato e cercherò di recuperare subito!

    1. Io sono molto pessimista sul futuro delle sale cinematografiche in Italia. Altrove hanno cominciato a riaprire e qui siamo ancora chiusi ermeticamente.

  2. L’ultimo film che ho visto in sala è stato Rogue One.
    Puoi apprezzare, immagino, l’ironia nella tragedia.

    1. Sì, la apprezzo e, allo stesso tempo, me ne dispiaccio. 😦

      1. Blissard · · Rispondi

        Per la prima volta da che mi ricordo non ho visto nessuno dei film da te presentati tra le pillole, ennesimo segno che anche io mi sto disamorando della visione unicamente casalinga.
        Di Slaxx aspettavo i subtitles…
        Grazie Lucia

        1. Io ormai li vedo senza proprio per tenere il più possibile alta la soglia d’attenzione. Ma tra un po’ dovrò inventarmi nuovi trucchi 😀
          Grazie a te.

  3. giancarloibba · · Rispondi

    L’ultimo che ho visto al cinema è stato il richiamo della foresta, a fine febbraio 2020. Quasi al limite della chiusura. Non un gran film, ma in sala tutto sembra migliore

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Senza entrare nel merito della limitante fruizione domestica (recupererò un briciolo di ottimismo per il futuro solo quando vedrò una REALE volontà di riaprirle, le nostre sale cinematografiche), passo subito a mettere in lista le pillole consigliate -Sacrifice e A Ghost Waits in particolare- e te ne suggerisco una a mia volta…https://www.imdb.com/title/tt11815960/?ref_=nv_sr_srsg_0

    1. Questo è già in lista e pronto per la rampa di lancio. Lo aspettavo con bavetta alla bocca 😉

  5. Massimo · · Rispondi

    Superdeep già visto e non mi é parso granché

    1. Io l’ho appena finito di vedere e, al netto di qualche lungaggine (dura quasi due ore) mi è parso un robusto survival che intrattiene a dovere.

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