Cinema degli Abissi: The Block Island Sound

Regia – Kevin e Matthew McManus (2020)

Piccola avvertenza: se vedete impaginazioni bizzarre, paragrafi messi a cavolo o immagini dalle dimensioni sballate, è perché sto cercando di capire come funziona il detestabile editor a blocchi di WordPress, che ha sospeso l’editor classico non si sa per quale motivo, dato che funzionava benissimo, e lo ha sostituito con una roba da denuncia penale. Chiedo venia, mi ci abituerò, prima o poi.

A fine agosto del 2020 si è tenuta la prima edizione tutta in streaming del Fantasia Film Fest, che si tiene a Montreal ogni anno a partire dal 1996; di solito, il Fantasia si svolge a luglio, ma con tutti i problemi legati alla pandemia, è già tanto che siano riusciti a posticiparlo solo di un mese. Inutile dire che l’ho seguito da lontano, leggendo e ascoltando le cronache di chi aveva potuto assistere alle proiezioni virtuali. Tra i vari titoli presentati nella rassegna, uno spiccava tra gli altri per le recensioni più entusiastiche: The Block Island Sound.
Ora è approdato su Netflix e io cercherei, fossi in voi, di evitare lo snobismo che di solito, e spesso anche giustamente, riserviamo alle produzioni originali Netflix; il problema è che, il più delle volte, non sappiamo o non abbiamo le necessarie informazioni atte a distinguere un film realizzato dal colosso dello streaming da uno che invece è stato soltanto acquistato. Stavolta le abbiamo, ed è anche abbastanza raro che un piccolo horror indipendente arrivi dalle nostre parti con questa facilità e dritto dritto dal circuito dei festival, quindi festeggiamo e guardiamolo senza frapporre ulteriori indugi.

Il film si apre con un suono feroce e affamato che si mischia a quello delle onde del mare. Lo schermo è nero per alcuni secondi e il suono ha il potere di grattare sui nervi: lo si potrebbe definire quasi un ruggito, ma non è proprio così, perché ha un fondo metallico e un tono lamentoso. Si tratta, in qualunque modo riusciate a identificarlo, di un suono alieno, antitetico e pure ostile all’esperienza umana.
Siamo su un’isola, la Block Island del titolo, in pieno inverno, e un uomo anziano si risveglia su una barca, al largo della costa, senza ricordare come sia finito lì. Facciamo poi la conoscenza di suo figlio Harry (Chris Sheffield), preoccupato perché il padre ha cominciato a manifestare strani vuoti di memoria e a soffrire di episodi di sonnambulismo. Nel frattempo, sull’isola arriva anche la sorella di Harry, Audry (Michaela McManus), una biologa marina incaricata di studiare il peculiare fenomeno di tonnellate e tonnellate di pesci morti che si riversano sulla spiaggia. Harry è il fratello rimasto a Block Island a occuparsi del padre, non ha prospettive, non ha un lavoro stabile, mentre Audry è quella che è riuscita ad andarsene e ora ha una carriera e una figlia, che è obbligata a portare con sé, anche se non è entusiasta della cosa.

Una notte, il padre scompare e non fa più ritorno: il suo cadavere viene trovato il giorno dopo, il corpo coperto di ecchimosi, come se avesse sbattuto con violenza contro gli scogli. La morta è archiviata in fretta: l’uomo era in evidente stato confusionale, forse ubriaco, ha preso la barca e deve essere caduto, ma Harry vuole indagare più a fondo, e così si fa una bella immersione nel punto esatto in cui l’imbarcazione del padre è stata ritrovata. Non sapremo mai cosa ha visto durante l’immersione, perché anche lui, si risveglia dopo qualche ora sul ponte senza ricordare nulla, e anche lui, da quel momento, comincerà ad avere gli stessi problemi di suo padre.
Se credete che mi sia dilungata un po’ troppo con la trama vi sbagliate: quello che vi ho raccontato è appena l’antefatto del film, e ho anche lasciato parecchia roba fuori.

The Block Island Sound dura meno di 100 minuti, titoli di coda compresi, ed è un condensato di avvenimenti narrato con una precisione chirurgica: non c’è mai una cosa di troppo, mai un orpello, mai un dialogo in più, tutto è necessario allo sviluppo della storia, ed è anche interessante come i fratelli McManus riescano a piazzare un piccolo colpo di scena, un lieve cambio di direzione della vicenda che stiamo seguendo, un dettaglio che va a minare le nostre certezze su quanto visto fino a quel momento e, infine, tante false piste, più o meno ogni quarto d’ora. È un film che cambia genere in corsa, che parte come una filiazione diretta di Lovecraft e delle sue mostruosità abissali, per poi trasformarsi in un thriller psicologico e dramma familiare, e infine chiudere il cerchio per tornare al punto di partenza, ma con un bagaglio emotivo acquisito che rende il tutto più profondo, più intenso. È anche, in parte, un film di fantascienza, e qui mi fermo perché meno ne sapete, meglio è.

Considerate anche che non c’è uno spiegone che sia uno lungo tutto l’arco narrativo, e che il personaggio preposto a illustrare la situazione a un protagonista sempre più disorientato, è un pazzo complottista che vede cospirazioni ovunque interpretato da Jim Cummings, e anche lui è lì sostanzialmente per mandarci fuori strada.
Mi ha un po’ ricordato The Beach House, perché il nucleo concettuale di entrambi i film è la nostra relazione con la natura e i suoi misteri; anche qui uno dei personaggi principali è una scienziata alle prese con un qualcosa di inspiegabile, e anche qui l’identità dell’orrore è cosmica, soverchiante, impossibile da analizzare.
E tuttavia, The Block Island Sound funziona non soltanto per la gestione dell’enigma che ci presenta, ma per come i personaggi reagiscono, per l’estrema sensibilità con cui questa famiglia un po’ allo sbando viene messa in scena. Le interpretazioni del cast sono tutte ottime, ma è la scrittura il vero punto di forza del film. Il rapporto tra i protagonisti è molto credibile, l’angoscia di avere un genitore (l’ultimo rimasto in vita) che sta gradualmente perdendo la testa, e di essere da soli a porta questo peso, è così palpabile e reale che ci si dimentica di avere di fronte un’opera di finzione; infine, mostra un affetto reale, tra incomprensioni, sensi di colpa e recriminazioni varie, tra fratelli che si sono allontanati da anni, ma comunque cercano di ricucire gli strappi e, nonostante tutto, cercano sempre di fare del loro meglio.

Non dirò nulla sulla conclusione del film né sulla soluzione del mistero. Vi basti sapere che, di rado il finale di un horror è stato così soddisfacente e così, non mi viene in mente un altro termine, “meritato”. Si chiude davvero un cerchio, ogni pezzo del rompicapo cade in un istante al proprio posto e, se rimangono volutamente parecchi punti oscuri, è soltanto perché noi spettatori, come i personaggi, siamo troppo piccoli e insignificanti per conoscere veramente i piani delle antiche intelligenze che ci osservano e di cui siamo all’oscuro.
Sono davvero contenta che un film del genere sia arrivato su Netflix, perché potete godervelo senza dover invocare il demonio in persona per recuperarne una copia, e perché questo tipo di horror deve arrivare al grande pubblico.
Tra questo, Lucky e Saint Maud, c’è già la trinità del 2021, e siamo appena a marzo. Che gioia essere un’appassionata di horror.

9 commenti

  1. Concordo pienamente sulla tristezza dell’editor a blocchi (potrei scrivere “editor a kazzo di kane, ma non lo scrivo perché sono troppo educato)
    L’editor classico è talmente bello (diciamo che mi ero abituato) da indurmi a sacrificare alcuni antichissimi post, di quelli a cui non rispondeva nessuno: prendo il post, raschio via il contenuto (modello palinsesto) e ci scrivo sopra qualcosa di nuovo e (spero) più gradevole

  2. Per la questione editor, ti è permesso installare plugin in wordpress con il tuo utente?
    Perchè in caso ne dovrebbe esistere uno per tornare all’editor classico, che si chiama proprio “Classic editor”

    1. Sì, ma ci vuole l’account business. Io ho il dominio acquistato, ma l’account business è davvero troppo costoso e non me lo posso permettere.

      1. Capito! Sono abituato a lavorare con installazioni dirette di wordpress e non ho mai approfondito come funziona per i blog!

        Magari se ho del tempo indago un pò e vedo se ci sono soluzioni…

  3. Un buon film con una buona atmosfera..mi ha ricordato certe cose degli anni settanta, quando bastavano bravi attori,una bella ambientazione e pochi effetti per affascinarti..da vedere e come sempre grazie mille!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Leggendo la tua rece oltre a Lovecraft, Hodgson, e financo Donal Wandrei con i suoi Titani, mi viene alla mente anche Colin Wilson con il “Il ritorno dei Lloigor”. Adesso non resta che vedere il
    film per sapere come e quanto io possa averci azzeccato con le mie sensazioni…

  5. SERGIO FAVILLA · · Rispondi

    Ero un pò scettico su questo film, perchè dei prodotti Netflix mi fido sempre molto poco… però gli ho dato fiducia, ho dato fiducia alla tua recensione, e me lo sono sparato giusto ieri con moglie e figlia.
    Io ti voglio bene, Lucia, ti seguo sempre e lo farò anche in futuro, perchè scrivi bene, sei divertente e profonda allo stesso tempo, ma… qui proprio non ci siamo. Non si tratta di amare o no un certo genere, o di dare un giudizio soggettivo dettato dal cuore.
    Ci sono film che sono “oggettivamente” e senza via di scampo brutti film.
    Trama banale e già vista, mezzi tecnici scarsi, situazioni tirate per i capelli, interpretazioni appena sufficienti…. un film da 5 per un’ora e mezza un pò buttata.
    Per l’amor di Dio, ci sono ciofeche ben peggiori, ma da qui a recensirlo positivamente ce ne passa.
    Con invariata stima
    Sergio

    1. Io ti ringrazio per l’invariata stima, ma questo non è un film di Netflix: Netflix lo ha acquistato da un festival, non è una sua produzione originale.
      Per il resto, non ho mai preteso che le mie valutazioni sui film fossero oggettive. A me è piaciuto molto, non l’ho trovato affatto, come tu dici, mediocre, e credo anche di aver spiegato in maniera approfondita i motivi per cui mi è piaciuto.
      Questo non vuol dire che debba piacere all’interno universo. Succede di avere opinioni divergenti su un film, e la cosa non è mai una tragedia, credo.

  6. Maria Alessandra Cavisi · · Rispondi

    Devo ancora vedere Lucky e Saint Maud, cosa che cercherò di fare al più presto, ma essendo questo su Netflix, a portata di telecomando, penso che sarà il primo di questo trittico che recupererò.

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